“Ignis demon sumus”
Siamo il demone del fuoco. Così è come Noi della Compagnia Calcifer ci presentiamo al mondo esterno e al nostro interno durante i più intimi momenti di compa. Ma cosa significa?
Cosa vuol dire “siamo il demone del fuoco”? Perchè la compagnia di cui facciamo parte e alla quale siamo tanto legati porta il nome di questo focolare domestico, tanto piccolo quanto potente, in grado di traghettare il Mago Howl nei più remoti angoli del di questo mondo?
Quando ci siamo posti questo interrogativo è calato il silenzio. I pochi tentativi di risposta che sono emersi parevano vaghi, tentennanti e poco condivisibili. Aleggiava la sensazione che questo nome ci fosse stato appioppato tempi orsono e, malgrado il forte senso di appartenenza, nessuno di noi era in grado di esternare il perché si sentisse rappresentato da Calcifer Demone del Fuoco.
Così ebbe inizio la lunga e tortuosa strada che ci condusse a riappropriarci della nostra identità, fino allo scrivere noi stessi la storia di Calcifer come se stessimo raccontando le 1000 avventure che ci hanno portati ad essere ciò che siamo.
Questa è la storia che stai per leggere, un anno di attività volte alla ricerca della nostra identità di compagnia. Un anno di esperienze e sperimentazioni che vedono la loro origine tempo addietro, quando emerse la consapevolezza di possedere una carta di compagnia oramai vetusta e non più in grado di rispecchiare chi fossimo oggi.
Venimmo accolti in quella che era la Compagnia Calcifer con una carta lasciata dai vecchi ceppi, non piú ardenti all’interno del braciere. Tuttavia, leggendola, risultava oscura e poco comprensibile alle nuove fiamme che entravano nella compagnia.
Correva l’11 novembre 2023. Alla prima riunione della ronda Carta ci accorgemmo che ciò che stavamo leggendo non ci rappresentava affatto: era come se qualcuno avesse tracciato un ritratto diverso da ciò che volevamo essere e da come ci percepivamo. Fu a quel punto che, dopo una lunga discussione, di cui sinceramente non ricordo con precisione i contenuti, decidemmo di riscrivere la carta di compagnia.
La vecchia carta portava con sé valori scelti dai membri uscenti, i quali a loro volta avevano modificato quella precedente perché non li rappresentava più. E così era stato, a ritroso, fino a chi fondò questa bellissima compa.
Rileggendola più volte per analizzarla nel dettaglio, notammo che era suddivisa per aree (Sociale, Spirituale, ecc.) e che nel paragrafo dedicato all’aria aperta figurava come valore la “Competizione”, legata al fatto che giocare a palla scout unisse i rover facendoli competere tra loro. Forse era così, ma la risposta non fu mai del tutto chiara.
Nel nostro caso, riflettemmo su quel valore pensando all’effetto che l’aria aperta aveva su di noi e ci rendemmo conto che rappresentava piuttosto il momento in cui riuscivamo a stare davvero insieme, rafforzando i legami e rendendo più unito il gruppo. Non fu questa l’unica differenza che si palesò tra la carta che avevamo ereditato e ciò che eravamo diventati. Così capimmo che era giunto il momento di cambiare e di riscrivere la carta a nostro modo: che ci piacesse, che ci rappresentasse, che fosse davvero nostra.
Si sa, la camicia di noi rover è essenziale, come è essenziale lo zaino sulle nostre spalle. Pochi sono i distintivi che ci vogliamo attaccare. Tutte quelle capacità sulla manica destra oramai sono date per assodate. Per citare i Pinguini “non serve essere competitivo se sai di esser competente”!!!
E sì, ce la tiriamo un pochino, però è vero, tutto ciò che ci inquadrava prima, ora è di troppo. Con noi vogliamo solo ciò che conta, solo ciò di cui non possiamo fare a meno, solo ciò che è veramente indispensabile.
Se vuoi andare lontano, lo zaino si fa leggero: il sacco a pelo, il materassino, un piatto, una tazza, la giacca impermeabile, una felpa, qualcosa per lavarsi e il minimo indispensabile per cambiarsi, il resto dello spazio lo riempiamo poi con tutta la roba che ci mangiamo e l’acqua che ci serve per camminare la nostra strada.
Mi sto scordando qualcosa?
Oh si, l’uniforme!
E come sempre solo lo stretto indispensabile, la camicia. Però manca qualcosa… qualcosa che dica che questa è una delle nostre camicie. Qualcosa che se perdessi la camicia durante un lungo e impervio hike sotto il sole, ovviamente: attaccata fuori dallo zaino ad asciugare dopo l’acquazzone della sera precedente; mi aiutasse a ritrovarla.
Metti il caso che lo stesso sentiero venisse percorso da qualcun altro che trovasse la mia camicia; come potrebbe allora sapere che quella camicia è la mia?
Beh semplice, sopra il taschino destro ho il distintivo della “F.I.S.”, Federazione Italiana Scoutismo: questa è una camicia scout.
Sul taschino destro c’è il distintivo del “C.N.G.E.I.”, Corpo Nazionale Giovani Esploratori ed Esploratrici Italiane.
Poi sul taschino sinistro ho il Giglio, oppure ho il Trifoglio così è chiaro che di chiunque sia la camicia questa persona è iscritta a WOSM o/e a WAGGGS.
Infine basta guardare la manica sinistra e il gioco è fatto, noi li abbiamo scritto “FIRENZE…” e poi… e poi manca qualcosa… esistono 6 compagnie, e non si sa a quale compagnia appartenga quella bagnata, sudata, scolorita, lercia, sgualcita e fetente camicia verde strano.
Non avevamo più un omerale di compagnia, o almeno, ne avevamo uno solo. Rimasto attaccato alla forcola e poi staccatosi, viaggiando tra le pagine del quaderno con le carte di compagnia e altri libretti. Una sorta di segnalibro molto bello.
Che si fa? Si rifà!
Niente paura, c’è una ronda di interesse omerale di Compagnia. Qualche settimana per partorire le idee e via con i sondaggi tra i membri della compa. Il soggetto è facile, Calcifer: lo conosciamo bene, quel fuocherello magico che tutto può.
E allora un po’ di fuoco, un po’ di magia e a febbraio 2025 la compagnia Calcifer può cucire sulla manica sinistra delle proprie camicie un nuovo distintivo. Non un normale cerchio di tessuto ricamato del diametro di 8 cm, ma il nostro cerchio di tessuto ricamato, l’omerale della Compagnia Calcifer del Firenze 5.
Durante questo percorso di riscoperta della nostra identità ci accorgemmo presto che non sarebbe servito a nulla continuare a vagare nelle tenebre senza capire chi fossimo stati e cosa fosse rimasto delle epoche passate. Riflettendo su questo presupposto, una volta presa tra le mani la Carta di Compagnia, alcuni di noi si ricordarono di un antico manoscritto ormai dimenticato: il Tradizionario, custode dei nostri più preziosi riti e cerimonie.
Quando lo riportammo alla luce dai meandri della nostra caotica sede, però, non poté fare a meno di deludere le nostre aspettative. Le tradizioni, pur chiaramente esposte, sembravano prive di quello spirito mistico e favoleggiante che aveva sempre contraddistinto i nostri scritti, e persino il suo aspetto trasmetteva una considerazione marginale di quello scrigno di memoria.
Decidemmo allora di includere anche il Tradizionario nella nostra ricerca di identità. Dopo una lunga sessione di riunioni di ronda, il progetto per la sua rinascita venne presentato alla compagnia: un piano accurato che ci permise di occuparci non solo del contenuto e dello stile, ma anche della forma.
Divisi in gruppi, lo costruimmo e assemblammo, producendo fogli scritti da noi stessi e persino dei mini-tradizionari da appendere ai foulard. L’impresa fu ambiziosa, ma amata: cento pagine ricavate dalla macerazione di vecchi appunti dei nostri quaderni quotidiani, rilegate a mano con ago e filo in fascicoli di cinque, e infine racchiuse in una copertina rigida in cartonlegno e cuoio, sagomata e tirata con cura.
Il risultato sorprese tutti: un vero manoscritto, grande e corposo, dall’aspetto vetusto e sapiente, pronto a raccogliere non solo le tradizioni passate, ma anche quelle che avremmo voluto lasciare in eredità al futuro.
Dopo tanta fatica, ci ritrovammo tra le mani un volume bellissimo ed unico, che avevamo forgiato con impegno e dedizione e che era ora impregnato di magia mista ad un alone di mistero. Restava però un’ultima cosa da fare, affinché fosse in grado di assolvere al compito di tramandare le tradizioni della nostra compagnia anche ai futuri ceppi che negli anni avrebbero alimentato la nostra fiamma, dovevamo riempire quelle pagine, lasciandovi un segno permanente che sarebbe rimasto nei secoli.
Sfogliando il quaderno che per tempo si era fatto custode dei nostri miti, ci accorgemmo però, che oltre al suo aspetto, anche il suo contenuto era difettante di quell’aria favoleggiante che ci eravamo posti come prerogativa della nostra ricerca. Così iniziammo un lavoro di riscrittura ed una per una, trascrivemmo le antiche tradizioni arricchendole con nuovi significati e fornendogli quel pizzico di magia che le avrebbe rese degne del meraviglioso scrigno che aveva il compito di custodirle.
Decidemmo che, da quel momento, nessuna cerimonia sarebbe stata svolta senza che parole cariche di significato, pronunciate con aria solenne, avessero preannunciato di essa l’inizio e la fine. Che ogni azione avrebbe avuto per noi un significato e ci impegnammo perciò a conferirlo anche a tutti quei gesti che apparentemente non ne avevano, o dei quali probabilmente nel tempo era andato perduto. Proprio per questo, niente fu lasciato in sospeso o affidato alla memoria, consci del fatto che negli anni i dettagli, che sono poi quelli che creano l’idea di una favola, sarebbero andati perduti.
Spesso ci trovammo senza una base da cui partire, perché dopo esserci a lungo interrogati, ci rendemmo conto che molte delle azioni compiute durante le nostre cerimonie, non avevano in realtà un significato a tutti comune. Fu un lavoro lungo ma una volta terminato ci fu chiaro che aveva portato alla creazione di un vero e proprio tesoro, una raccolta delle vere leggende che ci caratterizzavano in quanto Calcifer e che avremmo d’ora in poi tramandato. E così imprimemmo sulle pagine, che con tanta cura avevamo creato, tutte le nostre tradizioni, vecchie e nuove, ora ricche di magia, dopotutto anche nel castello di Howl verba volant scripta manent.
Una cosa clamorosamente trascurata fu la nostra sede, che non ci diede mai un autentico senso di appartenenza. Era solo un locale rimbalzato tra le unità del gruppo e usato come magazzino, colmo di materiali dimenticati e oggetti di dubbia provenienza. Rimase lì, immobile nel tempo, senza che nessuno vi prestasse attenzione. Le uniche decorazioni erano poche foto di rover passati, che a malapena riconoscevamo. Che significato avrebbe avuto, allora, fare attività in uno spazio che non sentivamo nostro?
Eppure, perché Calcifer continuasse ad ardere, serviva un Castello forte e in continuo cambiamento, ma anche un caminetto accogliente in cui ritrovarsi. E noi ne avevamo bisogno tanto quanto lui. Così, tra i progetti per l’identità di compa, inserimmo la “Ristrutturazione Sede”.
Ben presto ci rendemmo conto che non bastava una semplice rinfrescata: la sede doveva essere rifatta da zero, a partire da una pulizia profonda e da generose mani di vernice bianca. Un gruppo di rover inesperti, che all’inizio non sapeva nemmeno come diluire la vernice, affiancato dai volontari del Clan della Torre, si mise all’opera con entusiasmo.
Per un anno intero vivemmo quello spazio come un cantiere creativo: ogni incontro portava con sé nuove idee e aggiungeva dettagli che trasformavano la sede sotto i nostri occhi. Fu anche un’occasione per imparare concretamente e metterci alla prova in sfide inedite.
Alla fine la nostra sede divenne più di un luogo: si trasformò in un’opera aperta, in continua evoluzione, pronta ad accogliere l’estro di chiunque la vivesse e volesse farla propria.
Quando cominciammo a chiederci perché la nostra compagnia si chiamasse così e chi fossimo noi realmente, ci rendemmo conto che molti cambiamenti erano necessari, soprattutto riguardo a ciò che ci apparteneva.
Abbiamo parlato della sede, del tradizionario e dell’omerale, ma non potevamo dimenticare la cosa più importante: l’origine di tutto, la carta di compagnia.
Come detto in precedenza, già nel 2023 si pensava che la carta non rispecchiasse più la compagnia, ma il progetto di cambiarla venne procrastinato fino al 2025. In fondo, perché fare oggi quello che puoi rimandare a domani?
All’inizio dell’anno ci impegnammo a riscoprire la nostra identità. La riscrittura iniziò all’IR, dove confrontammo i valori della carta precedente con quelli che avremmo voluto inserire; in convivenza scegliemmo definitivamente i nuovi valori; e all’ER completammo il lavoro.
Tutti insieme decidemmo di scrivere la carta sotto forma di racconto, narrando il contratto stipulato tra Calcifer e il Mago Howl, raccontando della loro voglia di conoscere il mondo e i popoli che lo abitano.
Prima di stendere il testo, reinterpretammo le cinque aree del roverismo in quattro macro-aree che ci sembravano racchiudere ogni aspetto della compagnia: la sfera individuale, il gruppo e il rapporto col mondo, il gruppo e il rapporto con la società e, infine, le dinamiche interne.
Parlammo e scrivemmo di queste aree come di un viaggio che Calcifer compie nel suo mondo, alimentando col suo fuoco il castello errante. Immaginammo questo percorso come quello che ogni rover compie nei tre anni di compagnia; un cammino che si conclude con l’immagine simbolica del castello che si trasforma e di Calcifer che restituisce a Howl il cuore “preso in prestito”, tornando così al cielo.
La riscrittura non durò due giorni, ma un anno intero. L’episodio che meglio ne rappresenta la fatica accadde durante l’ER in Slovenia: eravamo al campo di Laški Rovt per un’attività Carta quando iniziò un vero e proprio diluvio. Ci rifugiammo in un tendone precario e vi restammo per ore, riscrivendo la carta mentre fuori infuriava la tempesta.
Quando infine la completammo, ripensammo anche alla cerimonia (forti dell’esperienza sul tradizionario) e tutta la compagnia firmò la nuova carta, sancendo la fine della riscrittura e la nascita della nostra carta di compagnia.
Adesso abbiamo finalmente una carta che sentiamo davvero nostra.
Col concludersi dell’anno riuscimmo quindi a porre un punto fermo su cosa significava essere la Compagnia Calcifer. Il nostro nome non solo rispecchia il fuoco della passione per lo scoutismo che brucia dentro ognuno di noi ma soprattutto l’unione e lo spirito di fratellanza che ci caratterizza: il demone del fuoco parla sempre al plurale come se fosse la comunione di più anime, e grazie alle sue energie e forze è capace di muovere il proprio castello, la propria casa e sede, lungo le vie dell’avventura, alla scoperta non solo del mondo e delle persone che ci circondano ma anche di sé stessi. Essere Calcifer significa trovare sempre energie nuove per costruire magie e ricordi fantastici grazie all’ardore dei vecchi e nuovi ceppi che di anno in anno si aggiungono al braciere della compagnia.
Così, in queste poche pagine, hai potuto leggere ciò che noi abbiamo vissuto durante quest’ultimo anno di attività assieme. Il solo scrivere queste righe, per farti sapere cosa siamo riusciti a fare, è stato come rivivere quelle fatiche e quelle emozioni che durante un anno ci hanno accompagnati e in qualche modo concludere e sedimentare questo percorso di ricerca sulla nostra identità. Ora siamo orgogliosi di presentarci a te, che hai voluto seguirci fino a questo punto, come la solita compagnia del Firenze 5 ma con la rinnovata consapevolezza di cosa significa essere la Compagnia Calcifer.
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